giovedì 16 settembre 2010

La cultura pop-esotica del Tiki negli Usa

Da: Moai Tiki







Negli anni cinquanta gli Stati Uniti vennero attraversati da quello che può essere considerato uno degli ultimi esotismi del mondo moderno: la mania per tutto ciò che riguardava la Polinesia, in una sola parola il Tiki. Questa bizzarra passione, che si diffuse a tal punto da estendere la propria influenza ad abbigliamento, musica e balli, cucina e cocktail, arredamento e persino architettura, è documentata in “The book of Tiki”, libro edito dalla Taschen. Per quanto oggi del tutto dimenticata e oggetto soltanto di un revival moderato, questa esotica fascinazione colpì profondamente gli Stati Uniti che videro nella cultura polinesiana, come già a suo tempo il pittore Gauguin, un baluardo contro la civiltà moderna e il progresso forzato. Tradizioni ancestrali, mitologia primitiva, vita semplice e a contatto con la natura, questi i capisaldi che colpirono l’immaginario degli americani. Fra i simboli più rappresentativi c’era appunto il Tiki, rappresentazione stilizzata di corpo umano in forma di divinità, che trovò posto praticamente dappertutto: dalle insegne alle tazze, dalle lampade a vere e proprie sculture dall’aspetto imponente. Anche gli esercizi commerciali si adeguarono presto alla moda imperante, così se lo Sheraton costruì un hotel completamente in stile, in un batter d’occhio si “polinesizzarono” anche numerose sale da bowling e bar. Questi ultimi in particolare si dimostrarono un luogo ideale, visto che lì era possibile mettere insieme cocktail esotici, spettacoli di danze e musica suonata dal vivo. Alcune band infatti, provenienti perlopiù dalla scena surf, innestarono elementi esotici dando vita a una sorta di “polynesian pop”. A metà degli anni sessanta, imprevedibilmente come era arrivata, la moda decadde. Caratterizzato da un apparato iconografico molto ampio e ricercato, come gran parte dei volumi editi dalla casa editrice tedesca, “The book of Tiki”, si apre con una citazione di Picasso, la cui fascinazione per l’arte primitiva lo spinse a dire: “Il buon gusto? Che cosa terribile! Il buon gusto è il nemico numero uno della creatività”. Con il Tiki il rischio, da quanto si apprende scorrendo le pagine, è senz’altro scongiurato visto che tra pelli di leopardo, maschere tribali, tessuti ultrapsichedelici e oggettistica kitsch l’ultima cosa a rischio sembra proprio la creatività.




         





La cultura pop-esotica del Tiki negli Stati Uniti cominciò nel 1934 con l'apertura a Hollywood di "Don the Beachcomber", un bar-ristorante a tema Polinesiano. Il proprietario era Ernest Raimond Beaumont-Gantt, un giovane della Louisiana che aveva navigato in tutto il Sud Pacifico; più tardi lui cambiò giuridicamente il suo nome in "Donn Beach". Il suo ristorante rappresentava la cucina Cantonese e l'esotico punch rum, con una decorazione di "Tiki torches" (torce fiammeggianti), mobili in rattan, "leis " (collane) floreali e stoffe brillantemente colorate. Tre anni più tardi, Victor Bergeron, meglio noto come "Trader Vic" adottò il tema del Tiki per il suo ristorante in Oakland che successivamente cominciò a divenire una catena mondiale.




Quando i soldati americani ritornarono a casa dalla II Guerra Mondiale, portarono con loro storie e souvenir dal Sud Pacifico. James Michener vinse il Premio Pulitzer nel 1948  per la sua raccolta di novelle, "Tales of the South Pacific", che divenne la base per "South Pacific", il musical del 1949 di Rodgers e Hammerstein, anch'esso un vincitore del Premio Pulitzer. L'indipendenza hawaiana creò l'ulteriore interesse di massa nell'area e gli americani si innamorarono della loro versione romantica di una cultura esotica. Un ulteriore fattore era l'eccitamento che circondava la spedizione del Kon-Tiki. Il design polinesiano cominciò ad infondere ogni aspetto visuale estetico del paese, dagli accessori di casa all'architettura.




Presto arrivò l'integrazione dell'idea in musica, da artisti come Martin Denny che mescolò l'idea del Tiki attraverso il jazz mixato con il polinesiano, l'asiatico, gli strumenti Latini e i temi "tropicali", insieme ad altri artisti che crearono il genere di Exotica come Les Baxter e Artur Lyman. Questa musica mescolò gli elementi di ritmi afrocubani, strumentazioni insolite, suoni ambientali e temi romantici dai film di Hollywood, chiamati con titoli evocativi come"Jaguar God"  in un ibrido culturale che non era natio di nessun luogo.


         



C'erano due ceppi primari di questo genere di exotica: Jungle e Tiki. La "Jungle Exotica" fu una creazione di Hollywood, con le sue radici nei film di Tarzan e di film ulteriormente indietro nel tempo, fino al romanzo di William Henry Hudson "Green Mansions". Les Baxter era il re della "Jungle Exotica", e proliferarono un orda di imitatori mentre si aprivano le porte per alcuni generi più genuini come quelli di Chaino, Thurston Knudson, e Guy Warren. La"Tiki Exoticafu introdotta con il"Martin Denny's Waikiki Nightclub"  in combinazione con la cover di Les Baxter "Quiet Village". La cultura Tiki ebbe un'onda di popolarità nei tardi anni 1950 e i primi anni sessanta marcati dall'ingresso delle Isole Hawaii come 50° stato degli USA nel 1959 e con l'introduzione dei "Tiki Bars" e dei "Tiki Restaurants" attorno a tutti gli Stati Uniti continentali.








La cultura pop-exotica del Tiki negli USA ha goduto di recente di una rinascita di popolarità, e le "Tiki mugs" (tazze), le "Tiki torches" e tutti gli oggetti che riguardano la cultura Tiki in generale che avevano ormai raccolto la polvere nei negozi, sono ora largamente divenuti dei ricercatissimi articoli di grande valore.

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martedì 10 agosto 2010

Il Tiki Hawaiano

Da: Moai Tiki



Il Tiki Hawaiano si differenzia da quello della Polinesia Francese per la forma del volto e del corpo che appaiono più di carattere stilizzato. Nelle Isole Hawaii il Tiki è presente in diverse e differenti statue al Bishop Museum di Honolulu, il più grande museo delle Hawaii dove si trova la più grande collezione di artefatti culturali e scientifici polinesiani del mondo, o in altre località come il City of Refuge National Historical Park di Honaunau e il Polynesian Cultural Center di Oahu.




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martedì 6 luglio 2010

Il Tiki

Da: Moai Tiki


Il Tiki è una divinità Polinesiana originaria delle Isole Marchesi (Polinesia Francese) che col tempo ha invaso tutto il triangolo polinesiano. La rappresentazione tipica del Tiki è sotto forma di statua rocciosa, ma esso è presente anche in diverse sculture in legno, nei gioielli, nell'artigianato tipico locale e nei tatuaggi caratteristici di tutta l'Oceania.


Le tracce dei primi Tiki sono state scoperte dagli archeologi su delle antiche incisioni rupestri. Si tratta di facce con dei grandi occhi rotondi incise e dipinte su pietre, che rappresentavano gli dei Maohi. Succesivamente con l'apparizione dei primi Tiki di pietra si afferma l'arte della scultura tipica polinesiana.

Nell'antica Polinesia la mitologia comprendeva molti dei, ciascuno con una precisa funzione. Essi secondo i Maohi formavano insieme agli uomini un'unica società, avevano un'apparenza umana ma erano molto più forti e possedevano dei poteri sacri: il mana e il ra'a. Ogni divinità aveva la propria rappresentazione nel regno animale, vegetale o minerale ed avevano due maniere ben distinte di manifestarsi: gli ata e i to'o.


L'ata (ombra o nuvola), è un oggetto di uso comune, scelto dall'uomo per simbolizzare l'incarnazione della divinità: un sasso, un albero, un pesce, un uccello. Il to'o è invece una rappresentazione fabbricata dai mortali, una pietra o un pezzo di legno scolpiti all'immagine della divinità. Solitamente questi oggetti erano ornati di piume rosse e gialle che costituivano il marchio della divinità. I Tiki sono diventati l'eredità popolare di questi to'o. Queste rappresentazioni scolpite aiutavano molto i loro possessori essendo anche dotate di poteri magici. Si utilizzavano i Tiki scolpiti per vincere un nemico oppure per proteggersi contro le maledizioni e avevano il loro posto in ogni fare (alloggi) per vegliare sul benessere della famiglia. Spesso erano disposti sui marae (santuario all'aria aperta) consacrati agli spiriti e quindi nel fare riservato ai preti.

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martedì 22 giugno 2010

I Moai


Da: Wikipedia, l'enciclopedia libera.



I Moai sono statue che si trovano sull' Isola di Pasqua. Nella maggior parte dei casi si tratta di statue monolitiche, cioè ricavate e scavate da un unico blocco di tufo vulcanico; alcune possiedono sulla testa un tozzo cilindro (pukao) ricavato da un altro tipo di tufo di colore rossastro, interpretato come un copricapo oppure come l'acconciatura un tempo diffusa tra i maschi. I moai sono alti da 2,5 metri fino a 10 metri (ne esiste uno, peraltro incompleto, di 21 metri). Quelli alti circa 10 metri hanno un peso che può variare dalle 75 alle 86 tonnellate.


Storia e caratteristiche:

Venivano scolpiti direttamente nelle cave, sdraiati con la faccia in su. Successivamente venivano staccati e trasportati sino alla costa dove altri operai li rifinivano. Il viaggio poteva durare anche un anno e non è chiaro come ciò avvenisse. L'ipotesi che riscuote più favore è anche quella più suggestiva: il moai sarebbe stato trasportato in posizione eretta e questa idea rispecchia la tradizione orale che vuole che i moai raggiungessero la loro destinazione camminando. In realtà Thor Heyerdahl, nel corso di una spedizione effettuata nel 1955, dimostrò come il trasporto fosse fattibile con l'uso di corde e pali in pochi giorni ad opera di una squadra di qualche decina di persone.

I moai hanno tutti un aspetto simile: le labbra serrate con il mento in alto; l'atteggiamento è ieratico e severo tale da suscitare rispetto.

Oggi le orbite degli occhi sono vuote, ma un tempo avevano una pupilla di ossidiana circondata da una sclerotica di corallo bianco, come si può osservare nell'unico moai vedente rimasto (e restaurato).

 



 

Ci sono più di 600 moai conosciuti sulla superficie dell'isola. La quasi totalità di questi sono stati ricavati da un tufo basaltico del cratere Rano Raraku, dove si trovano quasi 400 statue incomplete. Questa roccia a grana eterogenea è relativamente tenera, a differenza del basalto, che deriva dalla solidificazione di un magma. I cappelli sono invece stati ricavati da un tufo rossastro proveniente dal piccolo cratere di Puna Pau, distante circa 10 chilometri da Rano Raraku.

La cava di Rano Raraku sembra essere stata abbandonata all'improvviso, con alcune statue lasciate ancora incomplete nella roccia. Tra queste vi è la statua più grande, lunga 21 metri. Praticamente tutti i moai completati furono probabilmente abbattuti dagli indigeni qualche tempo dopo il periodo della costruzione, ma anche i terremoti potrebbero aver contribuito al ribaltamento delle statue.

Sebbene vengano spesso identificati con le teste, molti dei moai hanno spalle, braccia, torsi, che sono stati piano piano, negli anni, sotterrati dalla terra circostante.





Significato:

Il significato dei moai è ancora oggi poco chiaro ed esistono ancora molte teorie a proposito.
La teoria più comune è che le statue siano state scolpite dai Polinesiani abitanti a partire dall'anno 1000 d.C. Si ritiene che i piccoli moai siano le rappresentazioni degli antenati defunti o di importanti personaggi della comunità, a cui vennero dedicate come segno di riconoscenza, mentre per quelli grandi tra le tante spiegazioni possibili vi è quella a sfondo religioso.[1]

I moai sono stati probabilmente artefatti molto costosi; non solo la scultura di ogni statua avrebbe richiesto anni di lavoro, ma avrebbero dovuto anche essere trasportate per tutta l'isola fino alla loro posizione finale. Non si sa esattamente come i moai siano stati spostati, ma quasi certamente il processo ha richiesto slitte e/o rulli di legno. Si pensa che la domanda di legno necessaria a supportare la continua erezione di statue abbia portato al totale disboscamento dell'isola. Questo spiegherebbe perché la cava sia stata abbandonata all'improvviso.

Sono stati rintracciati vari altri tipi di raffigurazioni, come ad esempio le statuette in legno di toromiro che simboleggiano, presumibilmente, gli spiriti degli antenati e le emblematiche statuette moai Kava Kava con le loro rappresentazioni di corpi umani smagriti, probabilmente a causa della scarsità di cibo.[1]Le antiche leggende dell'isola parlano di un capo clan in cerca di una nuova casa. Il posto che scelse è quella che noi oggi conosciamo come isola di Pasqua. Alla sua morte, l'isola venne divisa tra i suoi figli. Ogniqualvolta un capo di uno dei clan moriva, un moai veniva posto sulla tomba dei capi. Gli isolani credevano che queste statue avrebbero catturato i "mana" (poteri soprannaturali) del capo, oltre a favorire la protezione degli dèi.[1]

Credevano che mantenendo i mana dei capi sull'isola, si sarebbero verificati eventi propizi, sarebbe caduta la pioggia e le coltivazioni sarebbero cresciute. Questa leggenda potrebbe essere cambiata rispetto all'originale, dal momento che si è tramandata oralmente per lungo tempo. Qualsiasi cosa potrebbe essere stata aggiunta a questa leggenda per renderla più interessante.

Specialmente intorno ai moai sono state spesso rinvenute delle tavolette di legno con incisi i misteriosi segni della scrittura di allora detta rongorongo, scrittura che sinora nessuno è riuscito a decifrare completamente. Si tratta di segni intagliati nel legno con stili di ossidiana o con denti di squalo, rappresentanti perlopiù figure umane, falci di luna, animali e piante che si succedono con ritmo bustrofedico.
Dal 26 aprile al 9 maggio 2010 un moai alto 5,20 metri e pesante 17 tonnellate sarebbe dovuto essere trasportato a Parigi in esposizione per alcune settimane nel Palazzo delle Tuileries, ma l'iniziativa è tramontata poiché l'89% degli abitanti dell'isola pronunciandosi tramite un referendum ha respinto l'idea.



Note:
1. ^ a b c "La terra dei Moai", di Adriana Giannini, pubbl. su "Le Scienze", num.321, maggio 1995, pag.88-91

Bibliografia:
(EN) Rediscovering Easter Island, di Kathy Pelta, Copyright 2001 Lerner Publications Company, North Minneapolis, USA
(EN) Ancient Mysteries, di Rupert Matthews, Copyright 1988 Wayland Limited East Sussex, Inghilterra

Collegamenti esterni:
(EN) PBS NOVA: Secrets of Easter Island (Segreti dell'Isola di Pasqua)
(EN) PBS NOVA: Secrets of Lost Empires: Easter Island (Segreti degli imperi perduti: l'isola di Pasqua)

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